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BOLOGNA: Terremerse, per i giudici appello bis, ci fu buona fede di Errani

 La 'relazione incriminata' inviata alla Procura, l'atto che Vasco Errani, per rispondere ad un articolo de 'Il Giornale', fece scrivere a fine 2009 ai due dirigenti regionali Filomena Terzini e Valtiero Mazzotti, nell'ipotesi di accusa per coprire un trattamento di favore alla coop guidata dal fratello Giovanni, è in realtà proprio il segno della buona fede con cui lo stesso ex presidente dell'Emilia-Romagna operò. E' la conclusione dei giudici che il 21 giugno hanno assolto Errani, Terzini e Mazzotti nell'appello bis del processo 'Terremerse'. La trasmissione della relazione ai Pm di Bologna, si legge nelle motivazioni della sentenza, "conferma la buona fede degli imputati, la convinzione che le eventuali indagini predisposte non avrebbero evidenziato nulla di più di quanto ritenuto convintamente dai redigenti (e prima di loro, dai funzionari regionali che si erano occupati della pratica di Terremerse)". La convinzione, cioé, che la procedura seguita nell'erogare un finanziamento da un milione alla coop era stata corretta. Errani, accusato di falso ideologico, era stato assolto a novembre 2012 in primo grado, poi condannato a un anno a luglio 2014 dopo l'appello della Procura: subito diede le dimissioni. Al secondo appello si è arrivati dopo l'annullamento con rinvio della Cassazione, giugno 2015. Al termine di 53 pagine di motivazioni, i giudici della terza sezione penale concludono ora per "la sussistenza di plurimi convergenti indicatori della buona fede di tutti gli imputati, dell'errore in cui erano incorsi Filomena Terzini e Valtiero Mazzotti nel redigere la relazione incriminata, dell'assenza di qualsiasi atto di induzione o istigazione al falso da parte del presidente Errani". 

La condotta di Errani dunque fu in buona fede, "un iter del tutto ordinario seguito da un soggetto che, accusato di fatti illeciti, si rivolge al legale per aver consigli e poi li segue". Errani infatti si rivolse al legale di riferimento della Regione. E questi, "a cui erano stati chiesti lumi su come fare prima possibile chiarezza" in quanto "il presidente non aveva nulla da temere o da nascondere", gli suggerì di far fare una relazione e di depositarla il prima possibile. "Veramente in salita allora – commentano i giudici – la strada che vorrebbe l'imputato ingegnosamente e repentinamente volgere a proprio disonesto favore il suggerimento del legale che implicava, invece, la convinzione della correttezza dell'operato dell'amministrazione". Rispetto ai due dirigenti, che materialmente predisposero la relazione, per la Corte "non v'è alcuna prova di una previa consapevolezza e ancor meno di una successiva evoluzione in dolo di un iniziale atteggiamento colposo". Il falso riguardava la qualificazione, nella relazione, come mera variante in corso d'opera, anziché come permesso di costruire, dell'atto del 23 maggio 2006, che consentì alla coop di ottenere il finanziamento. Le prove raccolte, osservano i giudici, "confluiscono nell'indicare" che tutti i funzionari chiamati ad esprimersi sulla variante non avevano rilevato carenze o anomalie. E allora, si domanda il collegio, "se irregolarità non furono rilevate dai funzionari regionali addetti, perché mai la Terzini e Mazzotti avrebbero dovuto accorgersi di anomalie sintomatiche di irregolarità della procedura, allorquando, nel brevissimo lasso di tempo a loro disposizione, con la collaborazione di costoro, raccoglievano i molteplici documenti che formavano la pratica del finanziamento, ricevendo delucidazioni dai medesimi autori dell'analisi svolta all'epoca dell'istruttoria del finanziamento?"

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