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EMILIA-ROMAGNA: Ballottaggi, il PD non conquista nessuna città
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EMILIA-ROMAGNA: Ballottaggi, il PD non conquista nessuna città

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Anche quando le cose andavano male a livello nazionale, il centrosinistra si consolava con le vittorie locali in Emilia-Romagna, che erano una certezza. Sono passati pochi anni, sembra un'era geologica. Certo, ogni tanto qualche 'incidente' poteva starci: la ferita del 1999 di Bologna, presenta ancora le sue cicatrici. Ma erano, appunto, 'incidenti'. All'indomani di ogni tornata amministrativa, nelle stanze del partitone volavano stracci anche se si erano persi un paio di Comuni. Ma mai era successo che dopo un turno di comunali il carniere fosse completamente vuoto come stavolta e che il tabellino dicesse zero. Le comunali 2017 vedevano al voto in Emilia-Romagna solo sei comuni superiori a 15 mila abitanti, un campione limitato, ma comunque significativo. Fallita la riconquista di Parma, dove ha trionfato Pizzarotti. Persa Piacenza dove il centrodestra, con Patrizia Barbieri, ha conquistato un Comune dove il centrosinistra vinceva agevolmente da 15 anni. Perse, nonostante le divisioni interne al centrodestra, anche Vignola e Riccione, caduta la roccaforte bolognese di Budrio. Tutti centri con una fortissima tradizione di sinistra. A cui si aggiunge Comacchio dove il sindaco uscente, l'ex Cinquestelle Marco Fabbri, ha vinto addirittura al primo turno. Il centrosinistra a trazione Pd ha perso contro ogni tipo di avversario. Contro il centrodestra, ma anche contro un civismo post-ideologico e post-grillino che, sulla scia del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, ha conquistato sia Comacchio, sia Budrio. Che contrasta i 'vecchi partiti', ma che si richiama esplicitamente a quella tradizione di buona amministrazione sul territorio che per decenni ha fatto le fortune elettorali del Pci e dei suoi eredi. L'Emilia-Romagna ha perso anche il primato della fedeltà alle urne che ogni volta la poneva al vertice delle classifiche nazionali dell'affluenza. La crisi del, a torto o a ragione, mitizzato 'modello emiliano' è andata di pari passo con la crisi della partecipazione che di quel modello era la benzina. Se Matteo Renzi non considera il risultato nazionale una sconfitta, il segretario regionale del Pd Paolo Calvano l'ha ammessa senza mezze misure. "Credo - ha detto - che oggi sia opportuno non cercare visioni consolatorie e affrontare la situazione con lo stesso tasso di realismo con cui si sono commentate tante vittorie. È stata una sconfitta. E per imparare qualcosa dalle sconfitte bisogna innanzitutto riconoscerle". In Emilia-Romagna il partito è abituato, da più di mezzo secolo, a esercitare un'egemonia che si trasformava in risultati perché era politica, culturale e anche economica. Oggi, più che altrove, il Pd è circondato, a destra e a sinistra, nell'antipolitica e nell'astensionismo, da forze e umori che lo considerano un nemico da combattere a qualunque costo, anche di fare patti (elettorali) col diavolo. Per il Pd l'Emilia-Romagna è un granaio di voti, di soldi, di organizzazione, di personale e di consenso. Se scricchiola è un problema, se rischia di crollare a pochi mesi dalle politiche può essere un disastro.